S. Giorgio di Arco (Tn) – Via Passirone e SP. 118
La scoperta
Già nel 1984 in località S. Giorgio di Arco la zona compresa tra le vie S. Tomè e Passirone e il Rio Galanzana aveva restituito parte di una vasta necropoli e, accanto ad essa, resti di strutture edilizie, con muri perpendicolari tra loro e vani interni pavimentati. L’area abitativa vera e propria venne alla luce durante gli scavi condotti tra l’agosto 1986 e il maggio1987, condotti sul fondo Versini: la ricerca iniziò in occasione dei lavori per la costruzione di un’abitazione privata, che portarono alla luce elementi pertinenti a strutture murarie interrate.
La posizione
Il complesso rurale era collocato all’interno della maglia centuriata attestata nella piana. La zona rappresenta un punto nevralgico nella pianura altogardesana, trovandosi nelle vicinanze della strada provinciale 118 che collega Riva del Garda e Arco e che, in un suo settore, sembra correre parallelamente, e in parte sovrapporsi, ad un tratto stradale in ghiaia di età romana che doveva essere una via cimiteriale, visto il gran numero di sepolture ivi rinvenuto, e un asse privilegiato della viabilità della zona, se non l’asse portante.
La struttura e la tipologia
Lo scavo stratigrafico ha mostrato una serie di muri a livello delle fondamenta, o conservati solo per brevi tratti nell’alzato, propri di un grande complesso che sembra aver conosciuto almeno due fasi costruttive, con la fase più recente che si è sovrapposta quasi completamente a quella più antica. È stata indagata un’area di circa 1000 mq., ma la situazione planimetrica sembra estendere l’interesse archeologico su una superficie di circa 4000 mq., equamente ripartita ai lati del tratto stradale. La parte occidentale della struttura, più lontana dagli edifici moderni, è risultata in uno stato di conservazione migliore rispetto a quella centro-orientale, interrotta in più parti da corpi edificati, strade, giardini e condotte sotterranee. Il settore di edificio analizzato ha mostrato una serie di volumi, divisi in vani e disposti in modo da formare una struttura a forma di “L” attorno ad un cortile aperto e sterrato, presso il quale terminava una via glarea strata, probabilmente privata, che collegava lo stabile con l’esterno. In generale se ne è ricavata l’immagine di un edificio ben strutturato e pluriarticolato, composto da varie costruzioni e che racchiude in sé caratteristiche molto vicine a quelle di una villa rustica. Il deposito archeologico è poco profondo e il terreno soprastante è reduce da secoli di sfruttamento agrario: di conseguenza le strutture murarie si sono conservate solo in piccola parte, sono assenti piani di calpestio esterni, pavimentazioni delle parti abitate e soglie (non è stato possibile stabilire in che modo fossero realizzati i collegamenti all’interno). Le evidenze archeologiche venute alla luce in vari punti del complesso attesterebbero sia la presenza di elementi di tipo produttivo che di tipo signorile: di conseguenza non è da escludere che al suo interno coesistessero una pars urbana e una pars rustica/fructuaria, secondo il modello canonico della villa urbano-rustica (che conosciamo grazie alle informazioni dei trattatisti latini di agricoltura), comprendente una parte residenziale, adibita al soggiorno del padrone di casa, della sua famiglia e degli ospiti (pars urbana), e un settore produttivo, destinato ad ospitare i coloni e gli addetti alle varie attività, oltre alle strutture opportune, come ad esempio magazzini e depositi (pars rustica e fructuaria). Gli scavi infatti hanno portato alla luce, come indicatori di aspetti signorili, non solo un deposito di nuclei e schegge di vari colori, pertinenti a scarti di lavorazione musiva (che ha indotto a credere che da qualche parte, nell’edificio, fosse stato realizzato un mosaico o che esistesse un’officina di mosaicisti), ma anche parti residue di un ambiente fornito di suspensurae, ossia quei pilastrini (generalmente in laterizi, in questo caso di arenaria e in forma di blocchi quadrangolari) che servivano per sostenere un pavimento al di sotto del quale veniva fatta circolare l’aria calda per riscaldare i vani soprastanti. Il fatto però che non siano state individuate condutture, potrebbe indicare non tanto la presenza di un locale da bagno, quanto piuttosto di un ambiente per l’inverno che veniva riscaldato in questo modo. Ci sono invece altri elementi che indicherebbero la presenza di settori produttivi: si tratta di ambienti con grezzi piani di battuto, collocati nella parte settentrionale dell’edificio, a cui vanno aggiunti i resti di un mortaio e di una macina e tesserae in lamina, su cui compaiono iscrizioni di numeri. Sembrerebbe quindi plausibile pensare che un settore di questo complesso disponesse di locali adibiti ad attività produttive di qualche tipo e a magazzini: in questo caso si potrebbe dunque supporre che si trattasse proprio di una fattoria.
Tecnica edilizia e materiali
La tecnica edilizia e i materiali utilizzati rivelano un buon livello di conoscenze dal punto di vista costruttivo: le strutture murarie sono buone e realizzate con grande accuratezza. La parte muraria esaminata appartiene alla fase più recente dell’edificio: i muri sono tutti costruiti sopra uno zoccolo continuo di pietrame, ciottoli e malta, che riempie completamente la fossa di fondazione (di un metro di larghezza); gli alzati sono in media larghi 60 cm e tutti realizzati con pietra locale e malta. Per quanto riguarda i materiali da costruzione si è osservato l’uso prevalente di pietrame locale, ciottoli e blocchi calcarei legati con abbondante malta. Questi si ritrovano sia nelle fondamenta che nei muri veri e propri. I laterizi invece appaiono poco utilizzati, se non in qualche dettaglio infrastrutturale e di servizio. Solo nelle ultime fasi di vita sono stati operati taluni riadattamenti con elementi in legno (in particolare pali verticali di cui restano impronte e buche circolari).
Cronologia
Un elemento datante è stato fornito da alcune testimonianze numismatiche: un denario repubblicano di L. Palikanus, che fu magistrato monetale nel 47 a.C. e alcune monete di età claudia. Quindi è stato proposto di attribuire la costruzione del complesso ad un periodo collocabile tra I sec. a.C. e I sec. d.C.. L’edificio mostra di aver subito al proprio interno alcune modifiche nel corso del tempo, in particolare negli ultimi periodi di utilizzo, sotto forma di ristrutturazioni e integrazioni, probabilmente determinate dalla necessità di far fronte a nuovi bisogni e funzionalità. In ogni caso sembra essere stato frequentato durante tutta l’età imperiale, almeno fino al V secolo avanzato, se non anche fino agli inizi del VI, come attestano alcuni reperti ceramici rinvenuti in un’ampia fossa da butto al centro del cortile, per lo più vasellame domestico, sia fine e importato (sigillate chiare e pietra ollare) sia grezzo e di fabbricazione locale (olle e scodelle ornate da tacche e motivi ondulati).
La necropoli
La località S. Giorgio di Arco si segnala anche per gli importanti ritrovamenti avvenuti lungo la strada provinciale 118, in occasione dei lavori di ampliamento. Sono state scavate negli anni ottanta una sessantina di tombe, riunite in piccoli nuclei cimiteriali allineati (con orientamento per lo più nord-sud) lungo un tratto di strada in ghiaia di età romana, che è stato rintracciato sotto e a fianco della strada moderna. L’indagine ha interessato una superficie di oltre 20.000 mq.. Le sepolture sembrano essere state disposte per lo più liberamente e in modo sparso, ma particolare rilievo ha assunto un recinto quadrangolare di circa 70 mq. di superficie (contenente 5 tombe) fatto con pietre e malta e fornito di podio, destinato in origine a sostenere un monumento, che doveva essere ben visibile dalla strada. Le deposizioni coprono un arco di tempo piuttosto ampio, che va dalla prima età imperiale al V secolo e mostrano differenze a livello di rito di sepoltura, di struttura tombale e di corredi: in questi sono presenti, oltre ad oggetti d’uso quotidiano, anche oggetti legati allo status sociale del defunto. Le tombe di queste piccole necropoli rivestono un ruolo di primo piano nella ricostruzione della storia del territorio, poiché hanno fornito informazioni preziose sul mondo funerario romano nell’Alto Garda, e nello stesso tempo hanno qualificato la strada lungo la quale sono state trovate come probabile erede di una via cimiteriale romana. Anche queste necropoli, quindi, sono indizio di una consuetudine piuttosto generale in questa zona: quella di collocare le tombe in nuclei cimiteriali piccoli e sparsi sul territorio, e non in campi unitari e di grandi dimensioni.
Note
Lungo un piccolo tratto murario dell’edificio è stata rinvenuta l’impronta ossea dello scheletro di un neonato, sepolto in una tomba a tegoloni giustapposti a cassa: ciò indica la diffusione, anche nel sud del Trentino, della consuetudine funeraria alpina di seppellire bambini e neonati vicino alle abitazioni o addirittura all’interno di esse.
Bibliografia
CAVADA 1985a
CAVADA 1985b
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CAVADA 1988b
CAVADA 1989
CAVADA 1992
CAVADA 1996
CAVADA, LANZINGER 1992
CAVADA, MARZATICO 1985
CIGALOTTI, COLOMBO, LOSI, MATTEOTTI (a cura di) 1989
CIURLETTI 1986


Catalogo immagini:


Arco – S. Giorgio, via Passirone. Panoramica aerea degli scavi archeologici delle strutture romane rinvenute tra il 1986 ed il 1987, Provincia Autonoma di Trento (immagine da Cavada 1988 A).

Arco – S. Giorgio, via Passirone. Immagine dell’area dello scavo (tratta da Cavada - Lanzingher 1992).

Arco – S. Giorgio: resti di una parte della necropoli di età romana rinvenuta sotto la massicciata stradale. Tomba a cremazione con pozzetto quadrangolare.

Arco – S. Giorgio (strada provinciale 118): necropoli romana. Articolazione dei settori (scavo 1984). Tratto da Cavada 1996.


Arco – S. Giorgio: alcuni degli oggetti di corredo rinvenuti nella tomba 2e (metà IV secolo d.C.): olpe e boccale in ceramica grezza.

Arco – S. Giorgio (strada provinciale 118): veduta dello scavo di strutture edilizie romane. (Foto tratta da E. Cigalotti, V. Colombo, G. Losi, M. Matteotti 1989).