San Martino
La scoperta
Monte San Martino è citato per la prima volta in un manoscritto del 16 ottobre 1489. Il nome Englo viene abbandonato probabilmente perché legato ad antica tradizione pagana e sostituito dopo la costruzione della Chiesa dedicata al santo. Il monte San Martino si erge fino a 1075 metri con una parete a picco che sovrasta ad ovest il paese di Pranzo nella Valle del Magnone e dall’altro versante a sud-ovest discende verso la Valle della Gamella e il paese di Campi. Lungo quest'ultimo versante poco sopra gli 800 metri di altitudine esisteva in epoca retico-romana un importante luogo di culto circondato da un paese che fu completamente abbandonato tra IV-V secolo d.C. Qui la tradizione orale del luogo narra si celasse un tesoro, un idolo d’oro rappresentante un capretto. Nel secolo scorso si è scavato in questo luogo nella speranza di trovarlo, ma invano. Tali scavi hanno riportarono alla luce l’antico villaggio di epoca romana. Le notizie su ritrovamenti archeologici nel sito precedenti alle ricerche degli anni ’80 sono molto scarse, infatti se ne parla solamente riguardo a vendite, scambi, donazioni di reperti ritrovati a San Martino, ma mai in modo preciso. Inizialmente il gruppo di ricerca archeologica è costituito da volontari, amanti di archeologia che nell’agosto 1969 iniziano i sopraluoghi. I primi ritrovamenti e l’intervento della Sovrintendenza alle belle arti delle Tre Venezie confermano l’importanza della zona. Nel 1973 la tutela dei beni culturali e archeologici passa dallo Stato alla Provincia autonoma di Trento che ancora oggi opera sulla zona.
La struttura e la tipologia
Le antiche popolazioni retiche e romane scelsero di insediarsi in questa località per due motivi essenziali: - per la sua posizione a fianco di un importante arteria che mette in comunicazione il Basso Sarca (il Sommolago) con la Val di Ledro, del Chiese e con la Pianura Padana, attraverso la Bocca Trat. Tale valico fu usato poi anche da orde barbariche, che al tempo dell’Impero Romano, scendevano da nord schivando le fortificazioni romane alla Chiusa di Verona. - per la posizione che permette di dominare la zona circostante e di essere difesa con più facilità, grazie ad uno strapiombo di 300 metri a nord e a scoscese sporgenze rocciose ad est e a sud. Il limite inferiore dell’area è delimitato dall’antica strada che corre parallela a quella provinciale. Il limite superiore si trova a 800 metri di altezza poco oltre la cosiddetta “Fratta del Tesoro”, dove si ergeva la Chiesa di San Martino. Ad est vi è un gruppo di locali in parte scavati nella roccia, ad ovest un altro gruppo dove probabilmente aveva sede il luogo di culto. A fianco una gradinata permette da questo lato l’accesso all’edificio. I due gruppi di locali sono congiunti da una lunga muraglia che sostiene la “Fratta”. A nord si innalza un cono con apice tronco e scavato al centro, alto circa 5 metri. Da una parte è percorso da un muraglione. Non è ben chiara la funzione di questa struttura, le ipotesi portano in ogni modo ad un bastione di difesa o ad un serbatoio per l’acqua. Al di sotto della “Fratta del Tesoro” c’è una zona pianeggiante ricoperta da bosco, l’irregolarità del terreno fa pensare a fondi di capanna di un villaggio retico. Queste strutture quadrangolari o rettangolari sono scavate nella roccia e in qualche punto delimitate da muri a secco. Esse occupano una superficie di circa 300 metri quadrati e arrivano fino allo strapiombo. Altre ipotesi le identificano come cave di pietra per gli edifici circostanti. Poche centinaia di metri più a valle, prima dell’inizio di una ripida discesa vi è una piccola fratta (Spiazzi Primi). Verso il basso è limitata dalle fondamenta di un regolare muro a malta. Lungo il lato ovest, il ritrovamento di numerose tegole fa pensare alla preesistenza di fabbricati. Al di sotto di Spiazzi Primi vi è un’ampia zona in parte ricoperta da bosco, la striscia più orientale è nominata nel XV secolo “Porta Engli”; si deduce quindi si trattasse dell’entrata principale alla cittadella di San Martino.
Cronologia e storia
Il ritrovamento di un sesterzio romano con l’effige dell’imperatore Adriano (117 d.C. -138 d.C.) fornisce indicazione sicura sulla data dell’insediamento. Ceramiche trovate negli strati più profondi però testimoniano la preesistenza dell’insediamento retico a quello romano. Ignote le cause del totale abbandono del monte. Non esistono dati che identifichino la causa in calamità naturali, si ricorre quindi agli avvenimenti storici dell’epoca. Si teorizza una distruzione dovuta ad una delle numerose incursioni barbariche in Trentino tra IV-VI secolo oppure, ed è forse l’ipotesi più convincente, che San Martino fosse soprattutto luogo di culto, un santuario pagano dove erano venerate le divinità retiche e romane. Nel IV secolo il Cristianesimo nel Trentino era agli albori. Nel 313, 380 e poi nel 400 il Cristianesimo viene dichiarato religione di Stato e gli idoli pagani sono messi al bando. San Martino è quindi abbandonato e la popolazione esiliata dalla zona.
La chiesa di San Martino
La Chiesetta di San Martino fu demolita nel primo Settecento, non ne restano che le fondamenta nella zona Spiazzi Primi. Non esiste alcun dato che possa indicare l’epoca esatta della costruzione. San Martino vescovo di Tours (in Turanno, Francia) visse dal 315 al 397 d.C. fu molto venerato durante tutto il Medioevo, e fu particolarmente caro ai Longobardi.
Note
Per ulteriori informazioni consultare il sito www.archeosanmartino.it
Bibliografia
P. ORSI 1880
G. ROBERTI 1924, 1956
G. CIURLETTI 1973-78
A. GUELLA 1973, 1998
M. GRAZIOLI 1987
A. MICHELOTTI 1995


Catalogo immagini:


Foto aerea del sito archeologico.

Struttura del sito.



Seconda ara scritta con lettere dell’alfabeto latino vi sono parole sicuramente non latine ma appartenenti probabilmente alla lingua retica. PRAV…. RABVS / SAVEI PREAMMANTVR / AVCATACIVS?SV / PREAMVICLASTA

Piatto di ceramica sigillata rossa africana, probabilmente del IV secolo d.C., in cui sono raffigurate due scene della vita del profeta Giona, in una viene vomitato da un mostro marino, in un'altra è rappresentato sdraiato sotto il pergolato. Tale reperto è testimonianza indiretta della presenza del Cristianesimo.

Statuetta votiva rappresentante la dea Iside.

Statuetta in piombo raffigurante una donna con bambino (h 13 cm) probabilmente del I secolo d.C. Lontana dalla compiutezza e levigatezza dei bronzetti romani è un prodotto con la struttura anatomica delle due figure sommariamente definita e con i particolari del volto fortemente evidenziati con un’eccezionale resa espressionistica.

Urna cineraria di pietra arenaria con olla di terracotta, I secolo d.C. L(ucius) TRE(sus) PRIMUS / ET BITUMUS SEC(undus) / LUPPISI / MAINIALI / FECERUNT

Una settantina circa sono le monete (tutti bronzi, tranne due in argento), assegnabili al lungo periodo che va da Augusto al IV secolo d.C., con massima concentrazione nel III e IV sec.