Principali raccolte e opere di riferimento: CIL V, 5050; ILS 206; LAFFI 1966; CHISTE’ nr. 128; BUCHI 2000, pp. 76-80; TOZZI 2002.
Località di rinvenimento e caratteristiche:
Trovata a Cles, in località Campi Neri, nel 1869; attualmente conservata presso il Museo del Castello del Buonconsiglio. Editto imperiale; supporto dell'iscrizione è una lastra di bronzo (cm. 49,9 x 37,8 x 0,61) recante ai quattro angoli i fori circolari per l'affissione. L'accuratezza dell'iscrizione, la qualità del materiale, la regolarità del tracciato e dello specchio epigrafico denunciano l'opera di un'officina altamente specializzata. Databile al 46 d. C.
Testo originale:
M(arco) Iunio Silano, Q(uinto) Sulpicio Camerino co(n)s(ulibus) / idibus Martis, Bais in praetorio, edictum / Ti(beri) Claudi Caesaris Augusti Germanici propositum fuit id / quod infra scriptum est. / Ti(beri) Claudius Caesar Augustus Germanicus pont(ifex) / maxim(us), trib(unicia) potest(ate) VI, imp(erator) XI, p(ater) p(atriae), co(n)s(ul) designatus IIII, dicit: / Cum ex veteribus controversis petentibus[ 1 ] aliquamdiu etiam / temporibus Ti(berius) Caesaris patrui mei, ad quas ordinandas / Pinarium Apollinarem miserat, quae tantum modo / inter Comenses essent, quantum memoria refero et / Bergaleos, isque primum apsentia pertinaci patrui mei, / deinde etiam Gai principatu, quod ab eo non exigebatur / referre, non stulte quidem, neglexserit; et posteac / detulerit Camurius Statutus ad me agros plerosque / et saltus mei iuris esse: in rem praesentem misi / Plantam Iulium amicum et comitem meum, qui / cum, adhibitis procuratoribus meis quisque [ 2 ] in alia / regione quique in vicinia erant, summa cura inqui/sierit et cognoverit; cetera quidem, ut mihi demons/trata commentario facto ab ipso sunt, statuat pronun/tietque ipsi permitto. / Quod ad condicionem Anaunorum et Tulliassium et Sinduno/rum pertinet, quorum partem delator adtributam Triden/tinis, partem ne adtributam quidem arguisse dicitur, / tam et si animadverto non nimium firmam id genus homi/num habere civitatis Romanae originem: tamen, cum longa / usurpatione in possessionem eius fuisse dicatur et permix/tum cum Tridentinis, ut diduci ab is sine gravi splendi[di] municipi / iniuria non possit, patior eos in eo iure, in quo esse se existima/verunt, permanere beneficio meo, eo quidem libentius, quod / plerisque[ 3 ] ex eo genere hominum etiam militare in praetorio / meo dicuntur, quidam vero ordines quoque duxisse, / nonnulli collecti[ 4 ] in decurias Romae res iudicare./ Quod beneficium is ita tribuo, ut quaecumque tanquam / cives Romani gesserunt egeruntque, aut inter se aut cum / Tridentinis alisve, ratam[ 5 ] esse iubeat[ 6 ], nominaque ea, / quae habuerunt antea tanquam cives Romani, ita habere is permittam. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . [ Le note numerate segnalano alcuni termini presenti nel testo epigrafico che i vari editori ritengono opportuno correggere come segue: [ 1 ] pendentibus; [ 2 ] quique; [ 3 ] plerique; [ 4 ] allecti; [ 5 ] rata; [ 6 ] iubeam. La traduzione tiene conto di queste correzioni. ]
Traduzione italiana:
''Durante il consolato di Marco Giunio Silano e Quinto Sulpicio Camerino, alle idi di marzo, a Baia, nel pretorio, fu affisso l'editto di Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico che è trascritto qui sotto.'' Tiberio Claudio Cesare Augusto Germanico, pontefice massimo, durante la sua sesta potestà tribunizia, dopo la sua undicesima acclamazione a imperatore, padre della patria, console designato per la quarta volta, dice: poiché, fra le antiche controversie in corso già dai tempi di mio zio Tiberio Cesare, per dirimere le quali - a mia memoria, solo quelle che esistevano fra i Comensi e i Bergalei - egli aveva inviato Pinario Apollinare, e poiché costui, in un primo tempo per l'ostinata assenza di mio zio, in seguito anche sotto il principato di Gaio, trascurò - non certo da sciocco - di produrre una relazione su quanto non gli veniva richiesto; e poiché successivamente Camurio Statuto notificò a me che i terreni e le foreste sono per la maggior parte di mia personale proprietà: ho inviato sul posto Giulio Planta, mio amico e compagno, il quale, convocati i miei procuratori - sia quelli che stavano in altra regione, sia quelli in zona - con la massima precisione condusse l'indagine e istruì la questione; per tutte le altre questioni, delego a lui di dirimere e di decidere, secondo le soluzioni a me prospettate nella relazione da lui prodotta. Per quanto riguarda la condizione degli Anauni, dei Sinduni e dei Tulliassi, una parte dei quali si dice che il denunciante abbia scoperto essere attribuita ai Tridentini, una parte nemmeno attribuita, anche se mi rendo conto che questa categoria di persone non fonda la cittadinanza romana su un'origine sufficientemente assodata, tuttavia, poiché si dice che ne siano stati in possesso per lungo periodo d'uso, e che si siano talmente fusi con i Tridentini da non poterne essere separati senza grave danno per lo splendido municipio, permetto che per mia concessione essi continuino a stare nella condizione giuridica che ritenevano di avere, e tanto più perchè parecchi della loro condizione si dice prestino servizio perfino nel mio pretorio, e che alcuni addirittura siano stati ufficiali della truppa, e che certuni inseriti nelle decurie a Roma vi facciano i giudici. Accordo loro tale beneficio, con la conseguenza che qualunque negozio abbiano concluso o qualunque azione giudiziaria abbiano intrapreso come se fossero stati cittadini romani, o fra di loro o con i Tridentini o con altri, ordino che sia ratificato; e i nomi da cittadini romani che avevano preso in precedenza, concedo loro di mantenerli.''
Nota esplicativa:
L'iscrizione della Tavola di Cles costituisce non soltanto la più importante epigrafe rinvenuta in tutta la regione, ma anche uno dei più interessanti testi di epigrafia giuridica pervenutici a tutt'oggi, oggetto di una lunga e importante tradizione di studi iniziata subito dopo la scoperta. Il testo - che è precisamente datato al 15 marzo dell'anno 46 d. C. mediante l'indicazione della coppia di consoli in carica, del giorno e del mese, e della titolatura dell'imperatore - è tecnicamente un editto imperiale, cioè una comunicazione con cui l'imperatore risolveva dei casi concreti sottoposti alla sua decisione, e che aveva valore normativo. Qui l'imperatore Claudio (che regnò dal 41 al 54 d. C.) affronta la soluzione di due diverse questioni, accomunate dall'essere entrambe sorte in ambito alpino, ma sostanzialmente e giuridicamente molto diverse. La prima riguarda il possesso di terreni coltivabili ( agri ) e di aree a bosco o a pascolo ( saltus ) localizzabili fra le montagne a nord di Como e contesi fra due comunità i cui territori confinavano: appunto, i Comenses (cioè i Comaschi) e i Bergalei (abitanti dell'odierna Val Bregaglia). Il testo rivela che la controversia risaliva ai tempi di Tiberio (imperatore dal 14 al 37 d. C.), zio di Claudio, il quale aveva inviato in zona un suo funzionario, Pinario Apollinare, con l'incarico di assumere tutte le informazioni sul caso. Tuttavia, la relazione ufficiale sulla questione non era mai stata fatta, perché nessuno l'aveva richiesta (Tiberio, come Claudio ricorda, era sempre assente da Roma, e il suo successore Gaio Caligola se ne era disinteressato); il contenzioso si era trascinato negli anni. Claudio invece aveva ripreso in mano il caso alla luce delle nuove informazioni che gli erano giunte da parte di Camurio Statuto (probabilmente, uno dei procuratori che tutelavano gli interessi dell'imperatore): i terreni per il possesso dei quali Comenses e Bergalei litigavano da decenni non erano né degli uni né degli altri, ma appartenevano invece all'imperatore. Si trattava cioè di suoli appartenenti non allo stato romano, bensì all'imperatore personalmente: la proprietà imperiale era largamente diffusa sia in Italia sia nelle province; evidentemente, Camurio Statuto aveva potuto controllare una documentazione accessibile per lui, ma non per gli abitanti della zona. Di conseguenza, Claudio aveva inviato sul posto Giulio Planta, un altro funzionario a lui legato, con lo scopo di istruire la causa fiscale (dopo aver consultato i vari procuratori imperiali), e gli aveva delegato la decisione finale sia della controversia fra Comenses e Bergalei , sia di altre simili, su cui il testo non si sofferma, che evidentemente erano ancora aperte. Più delicata si prospettava la seconda questione: poichè riguardava la condizione giuridica di un gruppo di abitanti delle valli tridentine, l'unica autorità competente a decidere era l'imperatore, e infatti Claudio se ne occupa in prima persona. La situazione era la seguente: gli Anauni , i Sinduni e i Tulliasses (insediati i primi nella Valle di Non, gli altri probabilmente in vallate limitrofe, forse anche in Val di Sole) non godevano della cittadinanza romana di diritto pieno, che invece era stata concessa agli abitanti di Tridentum già da un'ottantina di anni. Gli abitanti delle valli erano invece stati adtributi , cioè annessi, a Tridentum , con diritti inferiori a quelli dei tridentini; una parte di loro, addirittura, non godeva neppure dell' adtributio , e si trovava pertanto in una condizione giuridicamente ancora inferiore, la stessa degli abitanti delle province. Poiché il possesso del diritto romano pieno - che era concesso a individui o a comunità, e non su base territoriale - implicava che anche le norme e le leggi romane valessero esclusivamente per chi a quel diritto era soggetto, qualunque azione o negozio compiuto o stipulato secondo le leggi romane da chi non era cittadino romano implicava che quell'azione o negozio non avesse alcuna validità. Per questo, e dunque per evitare i gravi scompensi sociali ed economici che l'invalidamento dei loro atti avrebbe provocato nelle comunità di appartenenza, Claudio decide per una sanatoria: infatti concede la cittadinanza romana, con effetto retroattivo, ai valligiani che per lungo tempo avevano finto di essere cittadini romani, dotandosi anche di nomi "romani" fittizi (evidentemente, secondo il sistema trinominale), e che come tali si erano comportati e avevano trattato i loro affari. L'iscrizione attesta l'avanzato livello di romanizzazione raggiunto nel I secolo d. C. in alcune valli tridentine: fra i valligiani ( adtributi e non) e i cittadini romani di Tridentum si era oramai operata una totale fusione - familiare, sociale, economica -, per cui separare giuridicamente gli uni dagli altri sarebbe stato non soltanto impossibile, ma anche dannoso per il fiorente municipium tridentino . Inoltre, alcuni di questi valligiani si sentivano, e apparivano, talmente "romani" che alcuni di loro erano riusciti ad arruolarsi nel corpo d'élite dell'esercito, la guardia pretoriana, che ammetteva rigorosamente solo cittadini romani, arrivando in qualche caso a ottenere il rango di ufficiali; altri addirittura erano stati iscritti nei registri da cui si traevano i giurati di alcuni processi (a Roma!), il che implicava il possesso non soltanto della cittadinanza romana, ma anche di un censo minimo notevole. Ci troviamo dunque di fronte a un documento straordinario, che testimonia la fine della lunga emarginazione di gruppi etnici fino ad allora geograficamente e culturalmente periferici, i quali nel 46 d. C. raggiungono la piena integrazione giuridica, sociale ed economica nel mondo romano. (E. Migliario 2004)
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Cartina di riferimento: Cartina Kompass n. 73

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