Trentino

Le comunità transpadane diventano "latine" e "romane"

Fra il 91 e l’89 a.C., nell’Italia centrale e meridionale si combatté una guerra durissima: le comunità cittadine italiane entrate nell’orbita romana reclamavano la parità di diritti (plenum ius, il diritto completo) con i cittadini di Roma, e combatterono due anni per ottenerla. Al termine della guerra, le città che già godevano di alcuni diritti (ius Latii, il diritto dei Latini) ottennero il plenum ius: in questa condizione si trovavano anche alcune città settentrionali (per esempio, Aquileia, Cremona e Piacenza).
Le comunità del nord Italia che invece non godevano nemmeno del “diritto dei Latini” lo ottennero solo allora, probabilmente grazie a una legge varata nell’89 a.C. da Gneo Pompeo Strabone, la lex Pompeia de Transpadanis; forse Strabone si era limitato ad applicare alcune clausole delle leges de civitate, se non addirittura della lex Iulia del 90 a.C, emanata da Lucio Giulio Cesare durante il difficile periodo della guerra sociale. Tale legge concedeva la civitas romana agli alleati rimasti fedeli. Evidentemente a Roma si era consapevoli che le comunità del nord avevano ormai raggiunto un buon livello di latinizzazione e romanizzazione, e c’era l’esigenza di avere, nelle regioni della Cisalpina, delle presenze stabili e diffuse di contadini soldati che all’occorrenza difendessero, assieme alle loro proprietà, anche le aree strategiche e le strade principali. Tra quelle che dovettero godere di questo privilegio, accanto a Verona, Mantova, Brescia, Vicenza, Padova, Feltre e Belluno, ci fu probabilmente anche Trento.
Si andava formando così nelle regioni del nord Italia un nuovo ceto che era romano a pieno titolo e che dunque doveva cominciare a far sentire il suo peso anche a livello politico, processo che contribuiva ad allontanare le popolazioni dagli antichi modelli culturali indigeni per avvicinarsi a quelli della civiltà romana. Il fenomeno, limitato ai centri abitati maggiori, dovette coinvolgere solo marginalmente le valli del Trentino, dove le comunità locali avrebbero mantenuto una loro ben definita fisionomia ancora per lungo tempo.
La Cisalpina dopo l’89 a.C. si trovava tuttavia in una situazione anomala: essa era di fatto una provincia (cioè un territorio annesso, e sottoposto all’autorità di un magistrato romano), benché oramai parecchie comunità godessero dello ius Latii se non addirittura, in certi casi, del plenum ius dei cittadini di Roma. Di questa situazione dovettero rendersi conto alcuni dei politici più illuminati della capitale, tra i quali l’astro nascente Cesare.
Sul finire dell’anno 59 a.C. Cesare, allora console uscente, ottenne un mandato proconsolare (vale a dire, l’autorità di governare, in quanto ex-console, una o più province del popolo romano) che comprendeva il territorio della Cisalpina, destinato a fornirgli negli anni successivi una base fondamentale per il reclutamento dei soldati che avrebbero combattuto nella Gallia Transalpina e durante la guerra civile. Durante il suo proconsolato, Cesare avviò e promosse quel processo di urbanizzazione, destinato a compiersi nella prima età imperiale, che avrebbe permesso a parecchi centri del nord Italia di diventare importanti città.
A Cesare si deve anche il passo decisivo per l’integrazione della Cisalpina con il resto della penisola: nel 49 a.C., sconfitti e eliminati i suoi avversari, Cesare concesse il plenum ius a tutte le comunità cittadine. Negli anni immediatamente successivi, altri provvedimenti legislativi (la lex Roscia e la lex Iulia municipalis) definirono l’autonomia amministrativa e giurisdizionale di cui le città, divenute così municipia, godevano, dettando le competenze specifiche dei magistrati locali (di solito quattro, detti appunto quattuorviri) nelle comunità che avevano recentemente ottenuto la cittadinanza romana piena. L’applicazione di queste leggi richiese certamente diversi anni, e subì probabilmente dei ritardi o degli intralci nel periodo di crisi che seguì all’uccisione di Cesare alle Idi di Marzo del 44 a.C.
Infine, intorno al 42 a.C., quando la Cisalpina cessò di essere una provincia per diventare a tutti gli effetti parte integrante del territorio di Roma, i suoi municipia, tra i quali Tridentum, si trovarono ad essere incorporati a pieno titolo al resto dell’Italia romana.