Strade antiche del territorio Trentino e Altoatesino

LA REALIZZAZIONE DELLA STRADE E LA LORO MANUTENZIONE (a cura di Pamela Di Cesare e Giordano Gelmi)
Sezione a “V” della prima fase della strada, pag. 246, Struttura dei pontes longi, pag. 245

 

Strutture e infrastrutture lungo il tracciato della via Claudia Augusta e di altri percorsi secondari sono arrivati a noi in modo frammentario, e comunque si tratta di manufatti o resti di manufatti che risalgono a non prima dell’epoca di Claudio, quando il tracciato venne consolidato. Del percorso realizzato da Druso non vi è alcun elemento superstite accertato. Il confronto con altre realtà simili rinvenute in zone alpine consente però di farsi un’idea di come fosse realizzata una strada romana.
La costruzione di una strada era un lavoro che necessitava di più fasi e che doveva garantire una lunga durata nel tempo, il tutto all’insegna dello spirito pratico dei Romani. La tecnica usata per realizzare il manto stradale, e la massicciata su cui esso si poggiava era piuttosto evoluta e accurata.
Solitamente gli strati di ghiaia che andavano a formare la pavimentazione e il manto stradale poggiavano su un terrapieno (agger) fatto da uno strato di tronchi, sui quali venivano poi posti vari strati di ghiaia, da quelli più grossolani a quelli più sottili. I tronchi venivano posati alcuni longitudinalmente, altri trasversalmente al piano stradale; questi ultimi venivano posti in pendenza in modo da formare una sezione a “V” sulla quale veniva versata la ghiaia. Va detto che in epoca tarda la posa dei tronchi divenne più elementare e anche la sezione a “V” non venne più utilizzata. Questo è indice del fatto che la crisi dell’impero, a partire dalla fine del II secolo, non sempre permetteva di risistemare in modo accurato le strade, anche se mai come in quella fase il loro utilizzo e la loro efficienza furono vitali per Roma.
La larghezza della carreggiata, nelle strade che interessavano il territorio di Tridentum, variava dai 5 agli 8 metri, come hanno mostrato alcuni ritrovamenti di tratti viari. Si nota un progressivo restringimento della carreggiata negli ultimi secoli di Roma, segnale della crisi e della mancanza di risorse: si passa dagli 8 metri dell’età Giulio-Claudia, ai 3 metri della tarda età imperiale, come hanno indicato alcune campagne di scavo.
La via Claudia Augusta per gran parte del suo tracciato doveva superare terreni paludosi, tipici delle zone in prossimità dei fiumi, caratteristica che era propria anche della valle dell’Adige. Ciò comportava un uso abbondante di sostruzioni fatte di travi lignei e un uso invece più limitato di ghiaia pesante, per evitare che la sede stradale sprofondasse progressivamente nel terreno paludoso. Si tratta dei celebri “ponti lunghi” (pontes longi), nei quali il manto stradale doveva poggiare su una struttura prevalentemente lignea. Ovviamente l’uso di ghiaie più sottili per il piano stradale, faceva sì che la durata del manto fosse più limita nel tempo, e ciò comportava frequenti opere di manutenzione. Il fatto che le zone attraversate dalla via Claudia Augusta fossero ricche di conifere e in generale di legname da costruzione rendeva agevole reperire il materiale di messa in opera per ponti e “ponti lunghi”.
Le infrastrutture come ponti e affini variavano a seconda del passaggio fluviale o orografico che era necessario superare. Bisogna poi tenere conto che il genio militare romano realizzava i ponti anche in ottica strategica, valutando se la zona era insicura, in quanto di recente acquisizione, oppure sicura come poteva essere il territorio di Tridentum verso la fine del I secolo a.C. Nelle zone sicure i ponti e le altre infrastrutture erano solitamente in muratura. In quelle di controllo strategico, come poteva essere all’imbocco di alcune valli alpine, i ponti erano di tipo misto, con sostegni in muratura e con sovrastrutture in legno, le quali all’occorrenza potevano essere facilmente smontate. Un esempio di ponte misto potrebbe essere quello di Lagundo, in Alto Adige, del quale è rimasta in piedi una spalla, ma tale doveva essere quello di Pons Drusi come sembra indicare il toponimo e come suggerisce anche la conformazione della valle dell’Isarco che si affaccia sulla piana di Bolzano. Nelle zone “calde” infine, i ponti erano totalmente in legno oppure si ricorreva a ponti di barche o addirittura a traghetti, per evitare il rischio di scorrerie o incursioni da parte delle popolazioni indigene.
Altre strutture, strettamente collegate alle strade, sono le stazioni di sosta (mansiones), cui si è più volte fatto riferimento nel testo. Sorgevano solitamente in luoghi strategici e potevano diventare centri di riferimento a livello economico e sociale, nonché fonti di un successivo sviluppo demografico, primo passo per un’occupazione estesa del territorio e per la nascita di nuovi centri urbani.