Trento - Fra tardo antico e medioevo
L'istituzione della cattedra vescovile
In età tardo-antica la popolazione di Tridentum non abbandonò il centro cittadino alla ricerca di siti migliori, come in passato gli studiosi locali ritenevano, considerando la difficile situazione determinatasi in Trentino, come pure in quasi tutte le regioni della nostra penisola, in seguito alle invasioni delle popolazioni straniere comunemente definite “barbariche”. Sappiamo invece che anche allora la città di Tridentum continuò a essere vitale: si trovava infatti in posizione geograficamente favorevole sia per i commerci che per le operazioni militari, essendo un punto di passaggio obbligato verso il confine italico e le regioni renano-danubiane (Ammiano Marcellino, XVI, 10. 20; cartina della rete viaria). La vitalità della città è confermata dall’istituzione della cattedra vescovile nella seconda metà del IV secolo, che, con la sua salda gerarchia ecclesiastica, aiutò Tridentum a sopravvivere alla crisi, anche se il processo di cristianizzazione nell’Italia settentrionale – e ancor più in aree chiuse quali erano quelle rurali e montane – fu più lento che nelle regioni meridionali, dove già dalla metà del III secolo esistevano varie sedi vescovili. Del primo vescovo di Tridentum si conosce soltanto il nome, Giovino (Iovinus): è il primo citato nel cosiddetto "dittico Udalriciano", un documento chiamato così dal nome del vescovo Udalrico II, che lo fece redigere tra il 1039 e il 1043. Si tratta di una lista di tutti i vescovi di Trento, da Giovino, appunto, fino a Udalrico I (1007 – 1021), poi aggiornata fino a Enrico di Metz (1310 – 1336), e conservata oggi presso il Castello del Buonconsiglio. Il vescovo era a tutti gli effetti una figura di riferimento istituzionale e politico per la popolazione: un esempio si ebbe nel VI secolo, quando il vescovo Agnello, su richiesta della regina longobarda Teodolinda, riscattò i Tridentini che per una incursione franca erano fuggiti sul castrum Ferruge (il Doss Trento) e qui erano stati fatti prigionieri dagli invasori (Paolo Diacono, Storia dei Longobardi, III, 31).
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